Origini e Territorio
La Burrata di Andria IGP nasce nella Puglia murgiana; lo Zafferano dell’Aquila DOP sull’altopiano di Navelli, raccolto all’alba fiore per fiore; il Pistacchio di Bronte DOP sulle pendici laviche dell’Etna.
Tre prodotti che non si incontrerebbero mai per strada: il cofanetto li mette sulla stessa tavola, e la piastra eutettica “Perfect Cool” tiene la burrata fresca fino al momento di aprirla.
Perché la Burrata di Andria vale
La burrata è un formaggio che non ammette attesa. Nasce dalla pasta filata di latte vaccino tirata a mano in un sacchetto sottilissimo, riempito con la stracciatella: sfilacci della stessa pasta annegati nella panna. Non esiste stagionatura che possa correggere un errore, non esiste conservante che possa allungarne la vita. O è freschissima, o non è burrata.
Il riconoscimento IGP lega il nome ad Andria e alla Puglia murgiana, dove la tecnica è nata all’inizio del Novecento come modo per non sprecare i ritagli di mozzarella. Quella che era economia contadina è diventata il gesto più imitato e meno riuscito della caseificazione italiana: la differenza tra una burrata industriale e una vera si sente al taglio, quando il cuore deve colare, non sgocciolare.
La si riconosce da tre cose: la pelle deve essere tesa e lucida, mai gommosa; il cuore deve essere ricco di filamenti e non una crema uniforme; il liquido di governo deve restare limpido. Al palato la panna non deve coprire il latte, ma accompagnarlo: la dolcezza chiude subito, senza scie grasse.
Si serve a temperatura ambiente, mai fredda di frigorifero: venti minuti fuori sono il minimo perché il grasso si sciolga e i profumi si aprano. Si apre davanti a chi la mangia, con un taglio netto al centro. Pane, olio buono, sale: tutto il resto è superfluo.